a. contesti sincretici
La
trasformazione della forma tradizionale della città verso una nuova
fluttuante metropoli dovrebbe stare sotto, sopra e dentro gli occhi di
tutti. Le pratiche delle culture digitali, l'affermazione di identità
fluide, il desiderio di essere soggetti performativi anche nel consumo,
le sensibilità di movimenti giovanili che mutano spazi abbandonati
in interstizi vissuti, i processi di ibridazione tra frammenti di culture
diverse. Tutto questo delinea una transizione in atto verso qualcosa di
inedito che può essere così riassumibile: dalla città
industriale alla metropoli comunicazionale.
Anziché usare terminologie
che si sono rivelate inadeguate (post-moderno su tutte), le esplorazioni
più interessanti individuano nel transurbanesimo il contesto fluido
dove si pratica un mix ibrido di corpi e spazi. Tale trasformazione si
basa sulla moltiplicazione delle informazioni e sulle possibilità
di un nuovo soggetto (il "multividuo") di transitare negli interstizi che
si aprono e lì "giocare" con le proprie identità.
I nessi tra tecnologie digitali e
interstizi mobili di una metropoli non più industriale bensì
comunicazionale liberano potenziali identità diasporiche, sincretismi
culturali, paesaggi sonori, immaginazioni visuali. Questa pulsante
metropoli accende mescolanze di organico e inorganico che oltrepassa gli
stantii dualismi della dialettica cittadina: pubblico-privato, natura-cultura,
organico-inorganico, familiare-straniero.
Non c'è più un pubblico
nel senso classico di persone che assistono passivamente all'evento. Il
soggetto metropolitano è un osservatore partecipante come l'antropologo.
Praticare il transurbanesimo significa vivere il mutamento - il transito
- dalla città alla metropoli dove non è la produzione,
quanto il trittico cultura-consumo-comunicazione il contesto fluido che
offre esperienze. Transitare significa incrociare e assemblare territori
diversi e la propria multi-identità.
Trans-urbanesimo significa alterare
la normale condizione diurna del vedere la città, alterare
le normali sensorialità, prospettive, scorci, ritmi; sentirsi
osservati da "lei", desiderati dai suoi spazi attivi che si aprono di fenditure
notturne come i sogni. Da qui l'attenzione etnografica per ogni dettaglio
che ha come indicatori privilegiati la relazione tra bodyscape e location
cioè tra corpi panoramatici e i nessi tra luoghi-spazi-zone-interstizi-espace
(cfr. Canevacci, 2007)
Contrariamente a quanto una certa
visione conservatrice di "sinistra" basata sul potere pesante della
memoria "politica", gli anni '80 hanno significato una complessa fuoriuscita
da una visione di concetti - quali ad es. identità, partito, territorio,
tecnologie, desiderio - caratterizzati da una mobilità e pluralità
molto più ricca e transitiva rispetto agli anni '60. Contro questo
movimento emergente si è monumentalizzato il passato recente per
trasformarlo in pietra miliare su cui addestrare ogni nuova generazione
(nel senso di cose o persone generate), opponendosi all'emergere
di nuove tecnologie, nuovi linguaggi e quindi di nuove soggettività
connesse al vissuto dell'esperienza metropolitana. Da qui la crisi dello
storicismo lamentoso, del post-moderno immobilista e citazionista,
dell'a-priori pensoso del politico filosofo.
b. Libera dissonanze
Il
primo itinerario parte da una location speciale, che è un capolavoro
dell'architettura razionalista del ventennio fascista che fuoriesce dal
suo provinciale monumentalismo restaurativo dell'epoca: il Palazzo dei
Congressi all'Eur (Roma) di Libera. Edificio destinato ai congressi
e in quanto tale un luogo stabile e istituzionalizzato, negli ultimi anni
è stato trasformato in un interstizio in cui un certo tipo
di musica elettronica e cultura digitale, un mix di espressioni visuali,
istallazioni, proiezioni, visioni e di pubblici tra loro diversi. L'elemento
scenografico più significativo - che è stato soggetto della
mutazione verso un corpo-panoramatico - è stata la poco conosciuta
e utilizzata terrazza all'aperto adattabile per teatro, cinema, musica
o, come in questo caso, per una dissonanza multimediale.
Nel mese di maggio 2006 si
è svolto lì Dissonanze, sesto evento di musiche elettroniche,
arte digitale, spazi metropolitani. La mia riflessione per la ricerca qui
portata avanti inizia da questo evento e lo prende come esemplare
per qualcosa che sta mutando stili, valori, percezioni, affetti, erotismi,
sensorialità nel corpo della metropoli. Una ricerca che cerca di
sviluppare diversi punti di vista basati non tanto sull'osservazione neutra,
quanto su un'immersione magmaticamente desiderante su quanto
sta praticando mutazioni comunicazionali tra corpi ed edifici.
Già nel titolo - dissonanze
- si manifesta un posizionarsi lungo un processo che rifiuta armonie
preconfezionate o addolcite, sia nel campo musicale, tecnologico, visuale.
Questo luogo si è trasformato in un temporaneo interstizio dell'oltre
grazie allo stridore non conciliativo della musica elettronica che urta
ogni sintesi unificatrice, la frammenta e la "dissona" , la rende cioè
dissonante e inquieta, la mescola con le culture digitali attraverso un
mix di corpi, spazi, immagini.
Foto n.1: Libera soundscape
e bodyscape
L'enorme
parete bianco-razionalista si staglia nella notte per le intermittenze
luminose con cui è modulata: di fronte, grappoli di attrezzature
tecnologiche sparano immagini insettiformi su questa lattea pelle di travertino,
mentre onde soniche scuotono compulsivamente ogni linearità percettiva
e architettonica. Sui gradini, anch'essi bianchi e geometrici, siedono
giovani che fissano immagini proiettate e panorami acustici. Altri stanno
in piedi o si muovono a gruppi. I loro vestiti denotano l'appartenenza
ibrida alle varie scene irregolari e a quelle mainstream del multiverso
giovanile romano. I loro corpi si muovono in scosse minimali seguendo,
accompagnando o anticipando il panorama sonico con un corpo e uno sguardo
porosi sensibili a cogliere ogni vibrazione sonica: impulsi che smuovono
non solo il loro corpo interno, quanto simmetricamente è
il corpo esterno dell'edificio a mutarsi investito com'è da
tali compulsività trans-mediali.
Come accennato la terrazza disegnata
da Libera è pochissimo nota e ancora meno vissuta. Per motivazioni
sia politiche e ancor più urbanistiche o di semplice immaginazione,
il palazzo dei Congressi all'Eur normalmente si apre nei soli piani coperti
per seminari o esposizioni. Sono persino in pochi a conoscere questo spazio
terrazzato che si apre su uno scenario romano straordinario. Chi ha scelto
di dislocare Libera, di tornare a farlo rivivere - a trasformare il suo
edificio in un corpo vivente e pulsante, luminoso e mosso - sono gruppi
di giovani romani collegati ai più noti esponenti della scena mondiale
della musica elettronica: sono dissonanti.
E
così Libera è liberato dalla sua fissità razionalista
e co-produce finalmente dissonanze lineari e geometrie asimmetriche. Ogni
sua parete esterna è investita da vjeing luminosi.
L'effetto
tecno-comunicazionale modifica quel luogo espositivo e lo rende spazio
performativo, un interstizio mobile nel panorama urbano.
Magma Sonico. In tale terrazzo, arriva
il momento per un trasgressivo musicista: Daniel Menche. In un momento
di diffusa distrazione, comincia a suonare con strumenti e movimenti che
non avevo mai visto o udito. Per dare maggiore visibilità, sale
su un tavolo nello scenario all'aperto e comincia la sua performance. Ha
una cosa strana in mano, uno strumento musicale da lui costruito, una specie
di bacchetta larga sui 5 cm. e lunga 30, con microfono e amplificatore
che usa in percussione sul proprio corpo. Si colpisce il torace con questo
strumento e panorami sonici vengono emessi e loopati come escrescenze carnose
oscure. Poi la colloca alla gola, obbliquemente, e le sue urla vengono
captate senza che escano dalla bocca, quando ancora sono dentro alla gola
un attimo prima che escano; una cavernosa timbricità e pulsazione
si accentua col suo continuo ritmare quella "cosa" su diverse parti del
suo corpo. Le onde elettroniche si succedono investendo le persone che
gli si fanno sempre più attorno. Tutto ottiene un potere attrattivo
e magmatico forte. Un magma corporeo e sonico pulsante. Il corpo come tecnologia
e quella "cosa strumento" è un pezzo di carne pieno di software.
Il senso di quello che si può
ancora chiamare "noise" unifica tutto quello che sta intorno. La sua presenza
in scena mescola il suo corpo come cassa di "sonanza" alla sua "cosa" iper-tecnologica:
emette un pulsare auratico denso e liquido. Non riproducibile in CD. La
percezione multi-sensoriale dell'evento non può che avvenire là
e in quel momento. Daniel Menche cerca di riempire lo spazio tra le sue
onde acustiche e il pubblico circostante attraverso un'energia pulsante
e dissonante che attrae. La cosa di questa musica è un attrattore.
È una musica somatizzata, non nel senso della patologia, bensì
degli innesti digitalizzati imprevedibili tra raschiare della laringe,
battiti di cuore, scivolare della pelle, affanno dei polmoni. Un suono
organico che somatizza l'inorganico. Un suono transonico fortemente
emotivo. Lo spettro delle frequenze raggiunge i suoi limiti massimi quasi
insopportabili. La musica è sangue pulsante che scorre affine agli
insetti visuali che scorrono sulla parete.
Questa è un tipo di evento
che sfida quello che si intende per "musica" connessa a una indisciplina
delle emozioni. Il contemporaneo uso della luce è come una lama
chirurgica che modifica la sensorialità percettiva. Un pulsare loopato
di "suonimmagini" che sbriciolano qualsiasi unità narrativa (inizio,
svolgimento, finale): si può entrare e uscire in qualsiasi momento
da questo panorama sonico dissonante.
Proiezioni insettiformi modificano
la percezione dell'architettura che, da opera statica, si trasforma in
corpo vissuto e vivente. Dissonanze è video, arte sonica, fasci
di luce, sonorità compulsive, corporalità stridenti, architetture
smosse: è un raschiare l'udito. Questo evento è significativo
di possibili mutazioni materiali/immateriali del panorama metropolitano.
Una metropoli, quindi, è tale in quanto riesce a modificarsi temporaneamente
generando nei propri panorami le multi-prospettive fluttuanti di una metropoli
comunicazionale. E sono proprio queste dimensioni comunicazionali e visuali
risignificano luoghi, spazi, zone, interstizi.
Nel
Palazzo dei Congressi che diventa un feticcio-edificato simmetricamente
al feticcio-suonato e dove entrambi emettono rumori dissonanti, Libera
incontra Menche. Musica spaziata.
c. Gazometri liberati
Non
lontano da Libera, c'è sempre a Roma l'area industriale spesso poco
conosciuta che ultimamente si sta trasfsormando - come in tutte le
grandi metropoli - in qualche cosa di altro. Le modalità di questa
transizione dal moderno industrialista alla metropoli comunicazionale
si può verificare attraverso questa ipotesi di ricerca: cambiano
identità e "natura" anche costruzioni edificate per il gas, come
in questo caso. Già in Germania un gazometro è diventato
location per una certa arte visuale, quella di Bill Viola, che ha saputo
inserire tra le geometrie traforate di questo spazio i suoi emozionati
Five Angels. Trasformare un luogo deputato al lavoro industriale in spazio
offerto a moduli performativi: questo il processo e la sfida. Un transito
che diventa significativo per scenari non predisposti a fini comunicazionali
e che proprio per questo offrono una location sorprendente che non si affianca
all'opera, ma co-produce questa stessa opera grazie alla sua dislocazione
performabile.
In questa prospettiva i gazometri
possono diventare spazi teatrali, espositivi, botanici, seminariali, danzanti.
Tutto potrebbe essere possibile. Ed è sorprendente come si innesti
dentro questo corpo, il corpo-gazometro, una dimensione feticista che lo
anima, lo possiede, lo rende vivo e scorrevole dopo il suo secolare immobilismo
mono-funzionale. Ancora una feticismo visuale: avvinghiato di lacci al
neon, durante la "notte bianca 06", anche lui si è imbiancato, illuminato
da accensioni geometriche che ne ridisegnavano il corpo, come un maquillage
che restaura un corpo invecchiato precocemente e lo rende di nuovo giovanile
e scattante. Affiancato anche lui da fluttuanti musiche industrial, il
gazometro ha danzato, musicato, illuminato anche per qualche altra notte
successiva, affiancando la sua luminosità artificiale alla luna
siderale in un gioco spaziato di reciproche dissolvenze.
Foto n.2: Roma: gazometro in biano
d. calchi in cemento
Un
fotografo che sceglie di fotografare panorami di corpi nudi assemblati
negli spazi metropolitani più diversi; un'architettura che delinea
panorami di case unifamiliari a schiera montate su un quartire residenziale
di Tijuana, metropoli infinita e indefinita. Scorrere tra l'uno e l'altro
è come verificare questi continui rovesciamenti di un panorama nel
suo contrario: le case sembrano corpi incastrati uno accanto all'altro,
con questo color carne-mattone, come a pretendere di essere assimilati
a un bodyscape che, dell'essere umano, mostra sempre le medesime fattezze
fisiognomiche, un essere ridotto a natura, uniformato da questa regressione
biologica di quella che forse non si potrà più chiamare architettura.
Forse manca un nome per designare queste ripetizioni di due finestre
uguali per tutti, come la bocca-porta, una fronte, un cranio, una protesi-macchina
parcheggiata davanti. Sembrano corpi distesi sulla terra a prendere il
sole; corpi in piedi pronti a marciare ordinati come un esercito che sfila
il giorno delle varie indipendenze nazionali; sempre a piedi per
fare una manifestazione civile per i diritti violati alla frontiera più
attraversata del mondo, oppure ancora a svolgere una performance dai significati
enigmatici, una danza-coreografia di ballerini che rappresentano la propria
uniformata solitudine: per tutte queste variazioni, basate su una serialità
infinita che arriverà in fondo alla pianura, ben presto, per
così ultimare la rifinitura urbanistica e corporea di un paesaggio
del tutto umanizzato.
Foto n. 4: corpi a schiera
Foto n. 5: case al sole
Di
contro, i corpi nudi fotografati da Spencer Tunick alle prime luci
del mattino in posizione rannicchiata, anche loro a schiera, corpi-schierati,
con incastri di zone-ginocchia, teste rannicchiate, braccia conserte come
per una fucilazione imminente. Di nessuno si intravede il viso, come un
muro di una casa senza finestre, oppure dove le aperture sono invertite,
stanno sempre dall'altra parte per non essere visti dai vicini. Una privacy
senza privato. Corpi senza sesso, privati di ogni genere, appiattiti come
detenuti senza reato che stanno per essere o forse che sono stati già
giustiziati. La sentenza è stata eseguita… Corpi abbandonati, come
da una nave di clandestini dove qualcuno decide di gettare in acqua
i pesi morti, cadaveri ormai allineati dalle onde del mare impietosite.
Sembrano corpi-onde smossi da una marea salente ormai annegati; anche su
questo affini all'assolata marea che discente sulle schiere di case TJ
.
Flussi che salgono e che scendono
di uni-edifici per uni-vidui che finalmente hanno la loro fetta di spazio
dove rimarranno conficcati.
e. Maga-Mas
Vorrei
riscattare uno degli spazi più significativi intorno all'area di
Piazza Vittorio a Roma, di cui poco si riflette, mentre è lì
che sono accadute e continuano ad accadere alcune delle scelte più
significative di un consumo mixato e che riesce a dare il senso di questi
sincretismi metropolitani almeno pari alle belle musiche dell' omonima
Orchestra di Piazza Vittorio.
E' un edificio che è un indicatore
eccellente quanto insospettato e super-trascurato di questo processo di
ibridazione: i Magazzini Mas. Per me romano, questi magazzini hanno sempre
costituito una sorta di rebus; figli popolari di un consumo iniziale che
aveva nella Rinascente e poi in Upim o Standa ben altri potenti concorrenti,
i Mas sopravvivono come quel negozio di venditore di tappeti che fa finta
di fallire ad ogni stagione. Eppure anche qui c'è un segreto.
Un segreto che sempre circa una decina di anni fa mi si era chiarito. I
prodotti esposti dentro questo Magazzino del lumpen-consumo, decisamente
di una serialità Z, stavano diventando pop e anzi persino trash
per non pochi soggetti metropolitani legati a un minimalismo-mas, falso-straccione
e "controculturale" che stavano mutando in un altro senso la città
in metropoli: i primi ravers.
Già dai primi anni '90, infatti,
alcune di questi spontanei liberatori di codici usavano comprare questi
pezzi dai tessuti seriali, artificiali, plastificati, sgommati e assemblarli
a costi azzerati per elaborare un montaggio corporale stilizzato super-cool,
mixando un trash da pankabbestia con un vintage eXtremo (che avrebbe poi
scompaginato tanto determinismo socio-economico). È ovvio
che quei stessi prodotti - utilizzati con prezzi e codici fissi - venivano
comprati essenzialmente da strati popolari romani o da recenti immigrati.
Ecco allora come funziona la transizione da città a metropoli che
a Roma parte da P.Vittorio: gli stessi Mas attraversano ravers stilizzati,
emigranti neo-arrivati, pauperisti locali, pankachic stradaioli.
Qui avviene un processo che trasforma
quella che poteva sembrare una periferia stracciona al centro, un ex-centro
decaduto, in un nuovo multi-centro mobilissimo che favorisce una nuova
sensibilità comunicazionale metropolitana. I Mas molto meglio delle
Rinascenti o delle Cinecittà Due. Forse per questo il
video-clip italiano più bello degli ultimi anni è stato girato
là, nei Mas trasformati in location per er Piotta da fratelli Manetti
che non casualmente all'epoca erano frequentatori del bel Forte Prenestino
prima di tentare la scalata al cinema con un film infelicemente sottoprodotto.
Insomma, è Piazza Vittorio
che spiega l'Auditorium di Renzo Piano
Victor Gruen ha avuto la stessa
importanza che Taylor e Ford hanno avuto nella fabbrica con
l'organizzazione "scientifica" del lavoro: solo che l'ha applicata (e costruita)
nel consumo inventando gli shopping center nel secondo dopoguerra,
di cui i Mas sono certamente una versione quasi ottocentesca. Per questo
è praticamente sconosciuto a differenza degli altri due, nonostamnte
che questi sono storia della sociologia industriale e Gruen è il
vincente del consumo post-industriale. "In providing a year-round climate
of 'eternal sprimg' through the skill of architects and engineers, the
shopping center consciously pampers the shopper, who reacts gratefully
by arriving from longer distances, visiting the center more frequently,
staying longer, and in consequence contributing to higher sales figures"
(Koolhaas, 2001:123)
Bibliografia
Canevacci, M. Una stupita fatticità.
Feticismi visuali tra corpi e metropili, Milano, Costa&Nolan,
2007
Koolhaas, R. (ed.) Project
on the City (2), Taschen, Kohln, 2001